capitolo 4

caso, destino e volontà

Abbiamo stabilito una teoria di base che spiega come siamo venuti a crearci, qual è il nostro scopo e dove (si spera) andremo a finire.

Rimangono ancora moltissime questioni aperte, ma sicuramente le più importanti riguardano il libero arbitrio, il destino e il caso.

Sono concetti validi nella teoria armonista? Andiamo a vederli uno alla volta

Il caso

L’esistenza o meno del caso è un tassello fondamentale per discutere anche di destino e volontà.

Nella teoria armonista, come abbiamo visto, le unità fondamentali, le forme e le composizioni si muovono sulla base della loro risonanza e la loro direzione.

Verrebbe, quindi, da pensare che il caso non esista quando discutiamo di questi elementi.

Esiste, tuttavia, un’importante eccezione a questo ragionamento: la generazione delle direzioni delle unità fondamentali e la loro iniziale risonanza. In realtà, anche per questo tema possiamo utilizzare un ragionamento simile a quello utilizzato per descrivere la creazione delle unità fondamentali: non esiste un “caso” neanche per questa situazione perché la primissima ricombinazione coincide con la creazione delle unità fondamentali stesse e con la creazione del concetto di “causalità”.

L’assegnazione delle proprietà “originali” dell’unità fondamentali ha ovviamente influenzato l’andamento del primo universo e, di conseguenza, tutti gli altri.
 

la volontà

La questione della volontà è tutt’ora quella più ostica da affrontare all’interno di questa teoria.

Ipotizzando una totale assenza di volontà vengono meno moltissime cose: la moralità, il senso di svolgere delle azioni positive/negative, qualsiasi tipo di emozione. Fondamentalmente saremmo soltanto degli automi che svolgono la funzione a cui sono predestinati.

Questo tipo di ipotesi va a scontrarsi contro molte delle esperienze che facciamo attualmente e trova fondamento nelle parti più “utilitaristiche” della scienza: non è possibile osservare o quantificare la volontà, né dimostrarne la sua esistenza in maniera oggettiva.

Ipotizzando l’opposto, invece, la maggior parte di questi fenomeni rimangono in piedi e sono giustificati.

Ma qual è il motivo per avere una volontà?
Nella teoria armonista, definiamo volontà come segue: 


 
[Proprietà] Volontà

Capacità delle composizioni di “ascoltare” i propri contrasti interni e decidere se assecondare uno stimolo piuttosto che un altro.  Ossia, la capacità di una composizione di enfatizzare maggiormente una forma piuttosto che un’altra. 


Le forme che ci compongono non cessano di avere una propria identità ma, al contrario, una composizione è proprio la somma di tutte quelle singole identità che fanno emergere nuove proprietà.

Come composizioni, ci è vitale poter assecondare maggiormente una nostra parte piuttosto che un’altra a seconda della situazione. Questo tipo di capacità è la nostra volontà in azione.

Guardandola sul lunghissimo periodo, la volontà ci permette di enfatizzare certe parti in momenti differenti per creare o distruggere potenziali interazioni con altre identità. La volontà è, quindi, uno strumento che ci permette di aumentare le possibilità di creare un Dio negli universi successivi.

Il magnitudo del suo effetto rimane, naturalmente, tutta da discutere. Però potrebbe essere considerata come quella gocciolina che fa pendere il braccio della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra e che, quindi, potrebbe essere determinante nella creazione del nostro Dio.

Provate ad immaginare un gigantesco aereo che comprende tutti noi e che sta seguendo una traiettoria perfettamente dritta: se ci mettiamo tutti su un lato probabilmente non riusciremo a cambiare totalmente direzione o a prendere il controllo dell’aereo, ma magari riusciremo a spostare la direzione di un grado (o anche meno). Ma quel grado di differenza, se apportato per un tempo abbastanza lungo si traduce in una destinazione finale completamente differente rispetto alla traiettoria dritta. 

Questa è la nostra “responsabilità” in quanto composizioni: siamo l’unico tipo di entità (al contrario delle unità fondamentali e delle forme) che ha la possibilità di aumentare/diminuire le probabilità di creazione di un Dio. 

Il destino

Una volta stabilito che il caso risiede soltanto nella prima formazione delle unità fondamentali e che la volontà è una proprietà emergente delle composizioni possiamo discutere anche del tema “destino”.

Basandoci sul concetto di volontà, non esiste un destino prestabilito per nessuno di noi. Esistono soltanto delle opportunità e delle tendenze di base, dovute alle forme che ci compongono, che possiamo decidere se assecondare oppure no.

Come è stato trattato nel primissimo articolo, le unità fondamentali hanno la tendenza a creare delle forme dove possibile. La tendenza fondamentale all’interazione rimane codificata all’interno del nostro “DNA” ed è sicuramente qualcosa che ci influenza sia nel quotidiano che nella grande scala.

Non esiste, in definitiva, un destino nel senso stretto della parola. Esistono delle decisioni da prendere e la nostra capacità di assecondare oppure no le nostre tendenze.



Disclaimer:
mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un Dio, non è detto che dobbiamo necessariamente perseguirlo o che dobbiamo perseguirlo attraverso l’armonia.

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